
Per molte persone lo smartphone è ormai il primo strumento di lavoro della giornata. Prima ancora di accendere il computer si controllano email, messaggi di lavoro, documenti condivisi e notifiche delle piattaforme aziendali. Negli ultimi anni il dispositivo mobile è diventato uno dei principali punti di accesso ai servizi digitali delle organizzazioni. Posta elettronica, piattaforme cloud, applicazioni gestionali e sistemi di autenticazione sono sempre più spesso utilizzati direttamente dallo smartphone, spesso personale.
Questa trasformazione ha portato vantaggi evidenti in termini di flessibilità e produttività. Allo stesso tempo ha ampliato in modo significativo la superficie di attacco delle aziende. I dispositivi mobili non sono più semplici strumenti di comunicazione: rappresentano veri e propri terminali di accesso all’infrastruttura digitale dell’organizzazione. Alcuni episodi emersi recentemente nel panorama della sicurezza informatica mostrano quanto questo scenario sia ormai concreto.
Uno dei casi più discussi riguarda Coruna, un toolkit sviluppato originariamente in ambito di intelligence e utilizzato in operazioni di hacking avanzato contro dispositivi iPhone. Diverse analisi di sicurezza indicano che questo insieme di strumenti sarebbe stato utilizzato in attacchi osservati a livello globale, dimostrando come tecnologie nate per contesti governativi possano circolare anche al di fuori dei circuiti per cui erano state progettate. Quando strumenti di questo tipo diventano accessibili a nuovi attori, il rischio non riguarda più soltanto obiettivi specifici o attività di cyberspionaggio. Dispositivi di uso quotidiano, come smartphone e tablet, possono trasformarsi in vettori di compromissione anche per organizzazioni e aziende.
Un altro caso recente riguarda una campagna malware Android individuata dal Global Research and Analysis Team di Kaspersky. In questo caso il trojan BeatBanker veniva distribuito attraverso una falsa applicazione Starlink. Una volta installato, il malware era in grado di attivare un miner di criptovaluta e installare uno strumento di amministrazione remota capace di controllare il dispositivo, accedere alla fotocamera, monitorare la posizione GPS e raccogliere dati sensibili. La campagna utilizzava pagine di phishing progettate per imitare l’interfaccia del Google Play Store e convincere gli utenti a concedere autorizzazioni di installazione. Dopo l’attivazione, il malware riusciva a mantenere la propria presenza sul dispositivo e operare senza essere facilmente individuato.
Questi episodi mettono in evidenza un aspetto spesso sottovalutato: lo smartphone non è soltanto un dispositivo personale. È anche un punto di accesso a credenziali, informazioni e servizi aziendali. Quando un dispositivo compromesso viene utilizzato per consultare email di lavoro, accedere a piattaforme cloud o autenticarsi su sistemi interni, l’impatto potenziale non riguarda più solo il singolo utente ma l’intera organizzazione.
È proprio in questo contesto che si inserisce uno dei modelli organizzativi più diffusi negli ultimi anni: il BYOD, Bring Your Own Device, ovvero l’utilizzo di dispositivi personali per attività professionali.
BYOD: rischio di sicurezza?
Il modello BYOD nasce con un obiettivo semplice: consentire ai dipendenti di utilizzare i propri dispositivi personali, come smartphone, tablet o laptop, anche per attività lavorative. In molti contesti questa scelta ha accompagnato la diffusione del lavoro ibrido e delle piattaforme cloud. Dal punto di vista organizzativo i vantaggi sono evidenti. I dipendenti utilizzano strumenti che conoscono già, le aziende possono ridurre parte degli investimenti hardware e l’accesso ai servizi digitali diventa più immediato. Per questo motivo il BYOD si è diffuso rapidamente sia nelle PMI sia nelle organizzazioni più strutturate. Accanto ai benefici emergono però alcune criticità legate alla sicurezza informatica.
Il primo aspetto riguarda il controllo dei dispositivi. Quando uno smartphone o un laptop appartiene al dipendente e non all’azienda, il reparto IT dispone inevitabilmente di una visibilità più limitata su configurazioni, aggiornamenti di sicurezza, applicazioni installate e modalità di utilizzo. Un secondo elemento riguarda la sovrapposizione tra uso personale e professionale. Lo stesso dispositivo può essere utilizzato per accedere a documenti aziendali e comunicazioni di lavoro, ma anche per installare applicazioni personali o navigare su siti non verificati. Questa commistione aumenta il rischio che software malevoli o applicazioni non affidabili possano intercettare dati sensibili. Un ulteriore aspetto riguarda la gestione degli aggiornamenti. Molte vulnerabilità sfruttate dagli attaccanti derivano da sistemi operativi o applicazioni non aggiornate. In un modello BYOD l’azienda non sempre ha la possibilità di verificare tempestivamente l’installazione delle patch di sicurezza.
Esiste infine un tema legato alla perdita o al furto del dispositivo. Uno smartphone smarrito può contenere credenziali salvate, accessi automatici a servizi cloud, email aziendali o token di autenticazione. Senza adeguate misure di protezione il rischio di esposizione dei dati diventa concreto. Per comprendere meglio il contesto in cui si inserisce questo modello è utile osservare l’evoluzione recente delle minacce informatiche. Nel 2025 gli attacchi cyber gravi a livello globale sono cresciuti del 49% rispetto all’anno precedente, raggiungendo un nuovo massimo storico. L’Italia si conferma tra i Paesi più colpiti, con il 9,6% degli incidenti registrati a livello mondiale e oltre cinquecento attacchi gravi documentati nel corso dell’anno. Tra le tecniche più utilizzate emergono malware, sfruttamento di vulnerabilità software e campagne di phishing sempre più sofisticate.
I dati citati provengono dalle anticipazioni alla stampa del Rapporto Clusit 2026. Un’analisi più approfondita del rapporto completo sarà oggetto di un prossimo approfondimento nel blog Hypergrid. In un contesto caratterizzato da attacchi sempre più frequenti e complessi, la combinazione tra dispositivi personali e accesso ai sistemi aziendali può diventare un punto critico. Il problema non è il BYOD in sé, ma l’assenza di regole, strumenti e controlli che permettano di gestirlo in modo sicuro.
Il BYOD aumenta la superficie di attacco
L’utilizzo di dispositivi personali per attività lavorative non rappresenta automaticamente un problema di sicurezza. Diventa però critico quando questi dispositivi accedono a servizi, dati e applicazioni aziendali senza essere inseriti in un modello di protezione strutturato. Nel contesto digitale attuale lo smartphone è spesso il punto da cui partono molte attività operative: consultazione della posta elettronica, accesso a piattaforme cloud, autenticazioni multifattore, gestione di documenti e collegamento a sistemi interni. Se questo dispositivo viene compromesso, l’impatto può propagarsi rapidamente all’interno dell’infrastruttura aziendale.
Molti dipendenti utilizzano lo smartphone per accedere a servizi di lavoro come email, CRM, piattaforme di collaborazione o applicazioni gestionali. In numerosi casi le credenziali vengono memorizzate nel dispositivo oppure gestite tramite sistemi di autenticazione persistente. Un malware mobile o un’applicazione malevola possono intercettare credenziali, sessioni di accesso o token di autenticazione, consentendo agli attaccanti di entrare nei servizi aziendali senza dover violare direttamente l’infrastruttura interna.
Le credenziali rappresentano oggi uno degli obiettivi principali delle campagne cyber. Tecniche di phishing, social engineering o malware mobile sono sempre più orientate alla raccolta di identità digitali utilizzabili per accedere a servizi aziendali. Nel modello BYOD gli utenti installano inoltre applicazioni personali sui propri dispositivi. Alcune di queste app richiedono autorizzazioni estese e possono accedere a contatti, file, fotocamere o servizi di geolocalizzazione.
Senza una governance adeguata, queste applicazioni possono diventare canali indiretti di esposizione dei dati aziendali o creare nuove superfici di attacco difficili da monitorare. Lo smartphone è anche uno dei dispositivi più esposti a perdita o furto. Se il dispositivo contiene accessi salvati o sessioni attive verso servizi aziendali, un attaccante potrebbe ottenere rapidamente accesso a informazioni riservate.
La gestione dei dispositivi personali presenta infine implicazioni anche sul piano normativo. Quando dati aziendali o informazioni dei clienti vengono trattati su dispositivi non gestiti direttamente dall’organizzazione, diventa più complesso garantire il rispetto delle normative sulla protezione dei dati. In questo scenario il BYOD non deve essere eliminato, ma gestito e governato attraverso policy, strumenti e modelli di sicurezza adeguati.
Come ridurre il rischio con Hypergrid
L’adozione del BYOD non deve necessariamente tradursi in una riduzione del livello di sicurezza. Molte organizzazioni continuano a utilizzarlo con successo, ma solo quando viene accompagnato da politiche chiare, strumenti adeguati e una gestione strutturata degli accessi e dei dispositivi. Il punto centrale non è impedire l’utilizzo dei dispositivi personali, ma governarne l’accesso ai sistemi aziendali.
Uno degli approcci più efficaci è quello basato sul principio Zero Trust, secondo cui nessun dispositivo o utente viene considerato affidabile per impostazione predefinita. Ogni accesso deve essere verificato, monitorato e autorizzato in base a identità, contesto e livello di rischio. Questo significa che l’accesso alle risorse aziendali non dipende soltanto dalle credenziali dell’utente, ma anche da altri fattori: lo stato del dispositivo, la rete utilizzata, il livello di protezione attivo e il comportamento osservato durante la sessione.
All’interno di questo modello le aziende possono adottare diverse misure operative per ridurre il rischio legato ai dispositivi personali. Il primo passo consiste nel rafforzare la protezione delle identità digitali. Autenticazione multifattore, gestione centralizzata delle credenziali e monitoraggio degli accessi permettono di ridurre il rischio di utilizzo improprio delle identità aziendali.
Quando i dispositivi personali accedono a documenti aziendali è fondamentale garantire che i dati restino protetti anche al di fuori del perimetro tradizionale della rete. Strumenti di Data Loss Prevention consentono di monitorare e controllare la circolazione delle informazioni sensibili. L’accesso alle applicazioni e ai servizi aziendali dovrebbe inoltre avvenire attraverso canali protetti e controllati. L’utilizzo di connessioni sicure, come VPN gestite e monitorate, riduce il rischio di intercettazione del traffico e di accessi non autorizzati.
La segmentazione delle risorse aziendali permette inoltre di limitare l’esposizione dei sistemi, garantendo che ogni utente possa accedere solo alle informazioni necessarie per la propria attività. Un altro elemento fondamentale è il monitoraggio costante dello stato di sicurezza dell’infrastruttura e dei sistemi esposti. Attività di Vulnerability Assessment e controllo continuo permettono di individuare tempestivamente configurazioni deboli o vulnerabilità software.
Infine, la tecnologia deve essere accompagnata da un adeguato livello di consapevolezza degli utenti. Programmi di formazione sulla sicurezza informatica aiutano i dipendenti a riconoscere tentativi di phishing, applicazioni sospette o richieste di autorizzazioni anomale sui propri dispositivi.
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